L’esperienza di Valentina nella Hiden Ryu

Vorrei incentrare quest’articolo su un tema diverso dal solito perché dopotutto so che ci penseranno i miei compagni a scrivere sull’arte del Taj Jutsu.

Si tratta soprattutto del mio vissuto in altre parole come vivo questo tipo di esperienza.

Ho avuto i primi approcci con l’arte del Taj Jutsu tre anni fa e posso affermare a distanza di tempo che ogni allenamento, settimana dopo settimana, è un insegnamento mentale, psichico e relazionale.

Salterò le motivazioni che mi hanno spinto a iscrivermi a questo corso, poiché per una donna costretta a vivere in una società come questa le motivazioni emergerebbero immediatamente plausibili ma sicuramente discutibili.

Come ho solamente accennato poche righe fa questo sport anche a distanza di tempo che lo eserciti, ti mette sempre nella condizione di non poter mai abbassare la guardia anche quando sei stanco e non ce la fai più. E loro, i nostri maestri, ci spronano e ci stangano al contempo stesso per motivarci o metterci al proprio posto quando lo credono necessario.

È una condizione psicofisica non indifferente che forse si potrebbe ipotizzare si possa provare solo se ti ritrovi in servizio militare.

Spesso ci si ritrova a dover fare i conti con i nostri limiti mentali che a volte non permettono di capire alcuni concetti, conseguentemente a tutto questo sopraggiunge il limite fisico e non riesci ad eseguire alcuni movimenti.

La risposta al tuo limite non è immediata perché si pensa che tutto sia fattibile ma poco dopo ti accorgi che il tuo limite sono soltanto le tue paure che hanno impietrito il tuo corpo dal quale ti sei lasciato travolgere inconsapevolmente.

Essendo un’arte si parla di dinamicità e di un insieme di coerenti passi diversi, unici e ricongiungibili l’uno all’altro che non si ripetono a richiesta come in un semplice sport come il tennis o la pallavolo. Certo alcune mosse sono ripetute spesso ma è un ripetersi come concetto d’insegnamento poiché è indispensabile la base del sapere. Quindi si acquisisce la tecnica per svilupparla a proprio modo. In quell’ora e mezzo di palestra i tuoi stessi compagni di squadra diventano i tuoi insegnanti, al contempo i tuoi stessi nemici dai quali devi salvaguardarti ma poi terminato l’allenamento ritornano ad essere i tuoi compagni.

Il bello di questa disciplina e proprio questo sei da solo ma in realtà non lo sei…

Ci si picchia, ci si sfoga, si prevale sull’altro, si attuano strategie mentali per trovare la debolezza dell’altro, insomma scatta la legge del più furbo e del più agile. Spesso qualcuno torna a casa con un semplice livido, graffio, altri con un occhio nero, altre volte ancora con una mano gonfia o un dito del piede rotto ma non ti senti mai arrabbiato per quanto è successo e sicuramente non ti arrabbi se il tuo compagno se ti ha fatto male perché la colpa è solo tua se non sei riuscito a fermare il colpo.

Questo sport è davvero imprevedibile non solo perché sei condizionato sempre dal tuo status psicofisico e da quello degli altri ma soprattutto perché hai a che fare con un insieme di arti marziali. Comunque parlo per me e forse anche a nome dei miei compagni ma per noi non importa mai con quanti lividi torni a casa perché in quell’istante abbiamo saputo fronteggiare il nostro avversario, abbiamo spinto al limite la nostra forza interiore e reagito allo stress psicofisico del momento senza demordere.

Sicuramente chi predilige l’arte del combattere non ama la staticità e ama confrontarsi ogni giorno con le proprie paure e forze e d’altronde scorrerà nelle vene quel senso di estremismo e di adrenalinico che è contenuto in una disciplina ed è verosimilmente accettato dalla società.

Valentina Cantavenera (III kyu)

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di hidenryuhombudojo

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