Taj jutsu: uno sport individuale?

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Il taj jutsu è un’arte marziale e come tutte le arti marziali viene considerata e inserita tra gli sport individuali. Per sport individuale si deve intendere un insieme di esercizi fisici che si praticano individualmente per mantenere in efficienza il corpo. Sulla base della mia esperienza personale, non definirei  il taj jutsu uno sport individuale, innanzitutto non lo considero uno sport e men che meno uno sport individuale. In primo luogo non può e non deve essere considerato uno sport, in quanto non si rappresenta come un insieme di esercizi volti a mantenere in efficienza il corpo, ma è un’arte. Per arte si deve intendere un insieme di tecniche e metodi o di qualsiasi attività umana che permette al soggetto di esprimere la propria interiorità, le proprie emozioni. Il taj jutsu, quindi, deve essere inteso come un’arte attraverso la quale il soggetto che la pratica può esprimere al meglio la propria persona. Quando viene eseguita una tecnica ciò che rileva non è soltanto l’esecuzione pratica, ma è importante che venga trasmessa l’energia, l’interiorità e l’intenzione. Inoltre il taj jutsu viene definito come uno sport individuale, ma in realtà lo è ben poco, in quanto nell’esecuzione delle tecniche è necessario stabilire un rapporto di complicità con un compagno e nei combattimenti vi è un contatto fisico e mentale con “l’avversario”. Quest’arte può essere considerata individuale solo per il fatto che prevede un percorso fisico e spirituale molto personale, ma anche in questo caso, spesso, l’apporto morale dei compagni è un elemento fondamentale e assolutamente indispensabile per trovare la giusta via.

Giada Allera, CN

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di hidenryuhombudojo

Kyūjutsu e Kyūdō: i tempi cambiano ma l’arte resta la stessa

Ho deciso di scrivere un breve testo riguardo all’arco e al suo utilizzo e di dividerlo in due parti: nella prima tratterò la storia di questo attrezzo nel mondo antico e dei suoi usi, mentre nella seconda vi fornirò delle utili istruzioni su come costruirvi il vostro arco ed iniziare una pratica rudimentale di questa attività, nella speranza che vi possa piacere come piace a me. Buona lettura!

Approcciandomi al tiro con l’arco, qualche tempo fa, cominciai a pormi delle domande basilari, forse anche abbastanza scontate, del tipo da dove provenisse questo strumento e quale fosse la sua storia; si può cominciare col dire che l’arco fa la sua apparizione più di diecimila anni fa in molte culture europee e asiatiche. Le diverse culture hanno anche adattato quest’arma alle proprie esigenze, e questo ha fatto sì che si sviluppasse una varietà non indifferente di archi durante la storia. Un esempio eccezionale può essere dato dall’arco mongolo, un’arma molto corta e rapida, utilizzata principalmente a cavallo.

Anche in Giappone, come nel resto del mondo, l’arco assunse un ruolo fondamentale a un certo punto, tanto da sviluppare un’intera arte attorno a questo strumento: il Kyūjutsu (Arte del tiro con l’arco). L’arco giapponese (Yumi) è un tipo di arco asimmetrico (la “sezione” inferiore è più corta di quella superiore) straordinariamente lungo, oltre due metri, e viene usato ancora oggi, seppure con qualche modifica. Non molti sanno che lo Yumi fosse un segno distintivo dei samurai, quasi al pari della spada.

Durante il 1700 alcuni monaci cominciarono ad usare l’arco praticando un’arte chiamata Kyūdō (la “via” dell’arco), superando il concetto dell’arco inteso come arma e innalzando questo strumento a mezzo per la scoperta interiore. Si può dire quindi in un certo senso che il Kyūjutsu si sia tramutato nel Kyūdō. Ad oggi, milioni di persone in tutto il mondo praticano la via dell’arco.

Vi sono almeno due cose fondamentali nella pratica del Kyūdō: la prima è la respirazione. Un arciere preparato sa che il momento giusto per scoccare una freccia è quello di massima inspirazione; in questo modo si avranno meno movimenti involontari e più possibilità di centrare il bersaglio. La seconda cosa fondamentale per la pratica del Kyūdō è la concentrazione: un arciere non concentrato non trarrà mai il massimo beneficio nel tiro, sia fisicamente che spiritualmente. A questo proposito riporto i tre livelli di abilità che un Kyūdōka deve imparare a gestire:

  1. Tōteki (la freccia colpisce il bersaglio);
  2. Kanteki (la freccia attraversa il bersaglio);
  3. Zaiteki (la freccia esiste nel bersaglio);

Anche se nella pratica occidentale sono usati quasi esclusivamente archi ricurvi (olimpici) e compound (da caccia), i principi del Kyūdō giapponese si possono applicare ugualmente, riguardando l’azione in sé di colpire il bersaglio e trascendendo il tipo di attrezzo utilizzato, almeno secondo la modesta opinione di chi scrive.

Nel precedente articolo è stata esplorata in modo rapido la storia dell’arco e il suo utilizzo nel mondo antico e moderno, ora una guida su come costruire un arco in modo semplice e senza spendere una fortuna; in questo modo chi fosse interessato ad intraprendere la via dell’arco può effettivamente verificare se fa al caso suo.

Lista dell’occorrente:

  • Tubo in PVC;
  • Corda in Nylon;
  • Pentola;
  • Sverniciatore (o fornelli della cucina);
  • Sega;
  • Asse di legno.

La struttura primaria di un arco, nella sua versione più scarna, è composta solamente di:

  • Riser (o impugnatura);
  • Limbs (o flettenti);
  • String (la corda);
  • Tips (“tagli” scavati nei flettenti, in cui va inserita la corda).

L’ arco, essendo una versione “monoblocco”, avrà un centro (impugnatura) e dei “bracci” (flettenti) composti da un unico corpo modellato a partire dal tubo in PVC.

Il primo passo consiste nell’acquistare un tubo di PVC idraulico (non quello per uso elettrico quindi, perché troppo sottile) del diametro di almeno mezzo pollice, meglio se tre quarti di pollice (da un pollice diventa difficile da lavorare), di lunghezza variabile in base all’altezza dell’arciere , come quello fotografato di seguito:

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Bisognerà poi con un pennarello o una matita, fare tre segni: uno in corrispondenza del centro esatto e gli altri due a circa dieci – quindici centimetri dal centro; i due segni esterni saranno l’impugnatura.

Dopodiché occorre riscaldare le parti oltre i segni e fino alla punta (quelli che saranno i flettenti) una per volta con uno sverniciatore, o in alternativa sui fornelli del gas in cucina. E’ di fondamentale importanza riscaldare i flettenti in modo uniforme, altrimenti rischierete di bruciare il PVC e sarete costretti a ricominciare da capo. Una volta che il tubo comincerà a deformarsi e diventerà malleabile (ci vorrà un po’ di pazienza) sarà il momento buono per toglierlo dal calore e passare alla fase successiva.

Quando il primo braccio sarà abbastanza caldo, prendete un asse di legno (non importa la misura) e cominciate a schiacciare il tubo con il vostro peso in modo che risulti quasi del tutto piatto in punta e vada sempre più ad inspessirsi verso il centro (comunque il flettente dovrà essere per buona parte quasi del tutto piatto). Un lato del tubo dovrà somigliare più o meno a questo di cui sotto:

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Ora occorrerà ripetere l’operazione anche per l’altro lato. In questa fase è molto importante evitare una deformazione longitudinale del tubo.

Riscaldando nuovamente uno dei flettenti e, aiutandosi con una pentola (o un oggetto simile) occorre dare una forma semicircolare all’estremità piegata.

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Il passaggio successivo (questo non è obbligatorio, darà solo più elasticità all’arco);fare una leggera “gobba” a metà del flettente incurvata nella direzione opposta alla piegatura fatta con la pentola. Ripetendo l’operazione su entrambi i lati si otterrà un oggetto simile:

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Successivamente riscaldare il manico (contrassegnato dai segni fatti in precedenza) fino a quando non sarà malleabile, dopodiché modellarlo con dei guanti  nella direzione opposta alla curvatura dell’oggetto, nel modo seguente:

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In seguito,rivestire l’impugnatura con del nastro elettrico per avere una presa più salda e montare un poggia freccia, utile anche alla mira, inserendo nel nastro adesivo un pezzo di plastica (o PVC piegato nel caso in esame):

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Notare come il punto immediatamente sopra il poggia freccia sia più incavato rispetto al resto del manico, questo aumenterà la precisione del tiro.

L’arco è quasi pronto, non resta che intagliare le estremità che potranno così accogliere la corda, questa operazione verrà fatta ritagliando con una sega due rettangoli lunghi e stretti dalla punta dei flettenti; il risultato sarà il seguente:

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La fase finale riguarda la corda, che dovrà avere due nodi come raffigurato sotto per essere ospitata dall’arco:

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Infine aggiungere del nastro adesivo alle estremità dopo averle smussate con una lima per facilitare la tensione della corda.

Un modo molto semplice per tendere la corda consiste nell’infilare un nodo di questa nella prima punta dell’arco, appoggiare la curvatura di quel flettente davanti alla caviglia sinistra, scavalcare l’arco con la gamba destra e piegarlo utilizzando il bacino per inserire l’altro nodo.

L’arco finito risulterà come il segue:

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Le possibili varianti sono potenzialmente infinite e l’applicazione di questo tipo di materiale economico e flessibile, nonostante rigido, permette di sperimentare l’approccio al tiro con l’arco in maniera quasi del tutto priva di costi (è conveniente acquistare delle frecce, mentre un tubo di PVC del genere si può trovare in qualsiasi ferramenta ad un costo esiguo).

Notare che in questa breve guida non si èpraticamente menzionata alcuna misura, questo perché le dimensioni e le forme variano in base allo scopo che si vuole raggiungere; una volta acquisita la padronanza di questa tecnica base si potranno sperimentare molte altre varianti (a questo proposito vi rimando al canale Youtube “Backyardbowyer”, dove si potranno trovare moltissimi altri spunti, nonché guide più dettagliate per costruire archi molto più sofisticati).

Non resta che ricordare di utilizzare sempre la massima prudenza sia nella costruzione dell’arco (riscaldare il PVC può causare gravi ustioni e il materiale può causare fumi tossici) che nel suo utilizzo, ricordando che si tratta pur sempre di un’arma.

Ci sarebbe poi da discutere a lungo sulla posizione da tenere mentre si tira e su tanti altri aspetti tecnici che non sono stati trattati in questo articolo, ma dopo aver provato, se l’argomento verrà trovato interessante ci si può sempre iscrivere ad un buon corso utilizzando un arco scuola perapprofondirlo. Buon divertimento!

                                                                                                                                                                  Valerio Bauducco, I Kyu

di hidenryuhombudojo

Recensione di Erik al Seminario della Hyoho Taisha Ryu

All’arrivo Yamamoto-Sensei e Sato-Shihandai si sono rivelate due persone estremamente cordiali, gentili e trasmettevano una sensazione di quiete e tranquillità. Come prima esperienza abbiamo visitato la chiesa di Vinovo e la palestra dove ci alleniamo. Una volta giunti in palestra Yamamoto-Sensei e Sato-Shihandai hanno assistito alle lezioni dei bambini e degli adulti proponendo un paio di “giochi” in realtà molto utili per sviluppare abilità psico-fisiche. I giorni seguenti i Maestri hanno visitato ed apprezzato la nostra città, Torino. Prima del seminario abbiamo avuto l’occasione di vedere una dimostrazione delle capacità di Yamamoto-Sensei e Sato-Shihandai con le tecniche della Hyoho Taisha Ryu. Nel corso del Seminario, come prima parte abbiamo avuto un’ora nella quale i Maestri sono stati davvero disponibili a rispondere a qualsiasi domanda. Dopo l’ora di “teoria” siamo passati all'”azione” con esercizi-gioco di manipolazione del corpo. Questi esercizi avevano una funzione di aiutarci a comprendere come potessimo eseguire i kata di spada nella maniera più ottimale possibile. Conclusi gli esercizi di manipolazione del corpo siamo passati a kata con bokken (spada di legno), in seguito abbiamo provato e riprovato i kata fino a memorizzarli. Yamamoto-Sensei e Sato-Shihandai si sono rivelati davvero degli ottimi insegnanti pronti a mettersi a disposizione e a correggere ogni imperfezione. Il giorno seguente abbiamo fatto altri esercizi-gioco di manipolazione del corpo e subito dopo siamo passati alle tecniche di guardia e iai con la katana. Una volta terminato il seminario Yamamoto-Sensei e Sato-Shihandai ci hanno consegnato delle lettere di ringraziamento per la partecipazione.

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Yamamoto-Sensei e Sato-Shihandai sono due persone semplici, così educati e rispettosi, gentili e pieni di gratitudine che non saprei nemmeno come descrivere le sensazioni provate. Passando ad un profilo più individuale vorrei cominciare con Sato-Shihandai. Sato-Shihandai è una persona molto riservata ma allo stesso tempo gentile, disponibile e molto divertente. Alla pari con Yamamoto-Sensei entrambi sono molto calmi e trasmettono una sensazione di quiete.

Passando ora a Yamamoto-Sensei troviamo in lui una persona altrettanto cordiale e gentile come Sato-Shihandai. Ho potuto notare in Yamamoto-Sensei e Sato-Shihandai molta meraviglia nel visitare Torino e parlando con loro ho scoperto anche il loro lato più giovanile essendo appassionati di “manga” (fumetti giapponesi).

Vorrei concludere dicendo solamente che la settimana passata con loro prima, durante e dopo il seminario è stata una settimana eccezionale. E sono davvero felice di aver conosciuto due persone così straordinarie.

Erik Bognanni, I Kyu

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Il Dojo secondo Emanuele

Ciao a tutti, quando mi si è presentata l’occasione per scrivere qualcosa su blog della Hiden Ryu avevo diverse idee sui temi da affrontare.

Dopo qualche ripensamento ho optato per approfondire un tema che durante il mio percorso all’interno della palestra ha subito diverse evoluzioni ed è proprio attraverso quest’ultime che spero di poter offrire una diversa prospettiva e magari qualche spunto su cui riflettere.

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Il tema che voglio affrontare è:  “Il Dojo”.

Ora non voglio soffermarmi sul significato in sé della parola Dojo (basta andare un internet e si trovano tutte le informazioni in merito, dal significato letterale della parola a come e cosa significa studiare all’interno di un Dojo giapponese).

Come scrivevo qualche riga fà voglio condividere con voi il significato che attribuivo all’andare in palestra tutti i mercoledì e i venerdì da quando ho iniziato ad oggi.

Qualche anno fà ho iniziato un corso di arti marziali ed essendo una persona molto quadrata che ha sempre cercato di trovare un filo logico che lega tutte le cose, avevo un visione distaccata da ciò che veniva insegnato durante le lezioni.

Per me andare in palestra era semplicemente un modo diverso di fare della sana attività sportiva diversa dagli sport fino ad allora praticati (nuoto, calcio…) e un modo diverso di scaricare lo stress e il nervosismo che si accumulano durante le ore di lavoro.

Di conseguenza i compagni erano semplicemente delle persone che come me condividevano lo spazio e le attività della palestra (tecniche, combattimenti…) e le relative attrezzature.

Così è stato per i primi anni fino a quando non ho iniziato il percorso per la cintura verde, in quel momento è scattato qualcosa, complici anche lo sforzo fisico richiesto per il passaggio di cintura e l’approccio più concreto nelle esperienze spirituali.

Da questo momento in poi la risposta alla mia domanda “dove vado e cosa faccio tutti i mercoledì e tutti i venerdì sera?” cambia e fino al conseguimento della cintura ho percepito  in modo diverso tutto ciò che ruota intorno al concetto di “palestra”.

I compagni di cintura ora sono compagni nel vero senso della parola con cui condividere paure e sicurezze e inizio a percepire il gruppo della palestra come un insieme di singoli che formano dei macro-gruppi che a loro volta formano i kyu della palestra.

Anche sul piano spirituale inizio ad avere una consapevolezza diversa sull’importanza che ha anche questo aspetto nel percorso che ognuno di noi affronta, non sono più momenti in cui cercare di trovare un equilibrio interiore, inizia ad essere un  momento dove attraverso la spiritualità si crea un legame con il proprio corpo e si apprende che i due aspetti sono complementari tra loro ,mi piace definirli due piantine che nascono dallo stesso seme e devono essere curate allo stesso modo di pari passo.

Pensavo di aver capito in maniera autonoma quello che poteva essere il modo di approcciare a quest’arte ma non era così.

Oggi cosa significa andare per me in palestra?

Innanzitutto significa lasciarsi alle spalle i problemi e lo stress che si accumulano nel momento in cui si entra e si indossa il kimono , bisogna avere la mente libera per poter predisporsi al meglio nell’apprendere le varie nozioni insegnate fisiche e non.

Anche i kyu insegnano, certo in maniera indiretta ma è così!! Ed è proprio avverso il confronto con persone diverse che si perfezionano le tecniche e si cresce nel combattimento.

L’attività non è necessariamente all’interno della palestrina delle scuole di Vinovo ma può essere svolta ovunque, in mezzo alla natura, a casa nostra e perché no anche nella nostra mente e immaginazione.

 L’unità tra compagni di cintura è fondamentale, solo tra compagni si instaura quel rapporto di complicità e supporto che è di aiuto al singolo e a tutto il gruppo per poter proseguire.

Insomma tutto è cambiato dal primo giorno in cui ho messo piede nella Hiden Ryu per la prima volta e sono certo che tutti questi miei pensieri cambieranno ancora man mano che il mio percorso continuerà.

 Emanuele Lacanna, I Kyu

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Tai Sabaki

Sono Davide, un kyu della Hiden Ryu e in questo articolo vi parlerò del tai-sabaki. In questa tecnica si insegna la corretta forma nell’uso dei piedi e lo spostamento del baricentro del corpo per mantenere sempre una corretta posizione di equilibrio. Ora vi spiegherò meglio di cosa si tratta. Il termine “tai-sabaki” è letteralmente tradotto come “spostamento”; più precisamente nelle arti marziali si parla di spostamento del corpo. Ci sono diversi modi per fare il tai sabaki e uno di questi consiste nel lanciare il piede sinistro con un lungo passo in avanti a sinistra. Subito dopo il corpo ruota verso destra e il piede destro è riportato all’indietro nel punto in cui si trovava il piede sinistro (la stessa cosa si può fare dalla parte opposta invertendo i piedi). Si tratta di sottrarre il proprio corpo all’attacco dell’avversario e di controllare continuamente il suo per scoprirvi il minimo errore di posizione. La prontezza con cui ci si rende noto all’apertura di un attacco è più efficace della forza dei muscoli perché se questi punti così preziosi vengono acquisiti l’energia necessaria a padroneggiare l’avversario sarà minore.

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Il tai sabaki permette ancor di più di sconvolgere l’equilibrio di uke nell’istante stesso dell’azione e condurlo in una posizione tale che non possa più muoversi o nuocerci. Ho chiesto a più persone, praticanti di arti marziali, cose fosse per loro il tai sabaki…alcuni non mi hanno saputo rispondere mentre altri si sono fermati alla semplice traduzione della parola. In realtà io penso che in questa tecnica, come in molte altre, si impari più di quanto si pensi. Forse non è facilissimo da capire ma nella Hiden Ryu i maestri hanno la capacità di insegnare alcune cose indirettamente che spesso si rendono molto utili nella vita di tutti i giorni. Sono dell’idea che con questa tecnica si acquisisca una maggiore prontezza dei riflessi e una maggiore percezione dello spazio intorno a noi, oltre che della distanza fra il nostro corpo e quello che ci circonda. Parlo un po’ per esperienza personale perché in più occasioni ho evitato che qualcosa mi procurasse gravi danni fisici. Una delle cose che mi ha colpito molto è che alla Hiden Ryu non ci insegnano solamente ad imparare la tecnica ma soprattutto a capirla.

 Bevilacqua Davide – I Kyu

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L’esperienza di Valentina nella Hiden Ryu

Vorrei incentrare quest’articolo su un tema diverso dal solito perché dopotutto so che ci penseranno i miei compagni a scrivere sull’arte del Taj Jutsu.

Si tratta soprattutto del mio vissuto in altre parole come vivo questo tipo di esperienza.

Ho avuto i primi approcci con l’arte del Taj Jutsu tre anni fa e posso affermare a distanza di tempo che ogni allenamento, settimana dopo settimana, è un insegnamento mentale, psichico e relazionale.

Salterò le motivazioni che mi hanno spinto a iscrivermi a questo corso, poiché per una donna costretta a vivere in una società come questa le motivazioni emergerebbero immediatamente plausibili ma sicuramente discutibili.

Come ho solamente accennato poche righe fa questo sport anche a distanza di tempo che lo eserciti, ti mette sempre nella condizione di non poter mai abbassare la guardia anche quando sei stanco e non ce la fai più. E loro, i nostri maestri, ci spronano e ci stangano al contempo stesso per motivarci o metterci al proprio posto quando lo credono necessario.

È una condizione psicofisica non indifferente che forse si potrebbe ipotizzare si possa provare solo se ti ritrovi in servizio militare.

Spesso ci si ritrova a dover fare i conti con i nostri limiti mentali che a volte non permettono di capire alcuni concetti, conseguentemente a tutto questo sopraggiunge il limite fisico e non riesci ad eseguire alcuni movimenti.

La risposta al tuo limite non è immediata perché si pensa che tutto sia fattibile ma poco dopo ti accorgi che il tuo limite sono soltanto le tue paure che hanno impietrito il tuo corpo dal quale ti sei lasciato travolgere inconsapevolmente.

Essendo un’arte si parla di dinamicità e di un insieme di coerenti passi diversi, unici e ricongiungibili l’uno all’altro che non si ripetono a richiesta come in un semplice sport come il tennis o la pallavolo. Certo alcune mosse sono ripetute spesso ma è un ripetersi come concetto d’insegnamento poiché è indispensabile la base del sapere. Quindi si acquisisce la tecnica per svilupparla a proprio modo. In quell’ora e mezzo di palestra i tuoi stessi compagni di squadra diventano i tuoi insegnanti, al contempo i tuoi stessi nemici dai quali devi salvaguardarti ma poi terminato l’allenamento ritornano ad essere i tuoi compagni.

Il bello di questa disciplina e proprio questo sei da solo ma in realtà non lo sei…

Ci si picchia, ci si sfoga, si prevale sull’altro, si attuano strategie mentali per trovare la debolezza dell’altro, insomma scatta la legge del più furbo e del più agile. Spesso qualcuno torna a casa con un semplice livido, graffio, altri con un occhio nero, altre volte ancora con una mano gonfia o un dito del piede rotto ma non ti senti mai arrabbiato per quanto è successo e sicuramente non ti arrabbi se il tuo compagno se ti ha fatto male perché la colpa è solo tua se non sei riuscito a fermare il colpo.

Questo sport è davvero imprevedibile non solo perché sei condizionato sempre dal tuo status psicofisico e da quello degli altri ma soprattutto perché hai a che fare con un insieme di arti marziali. Comunque parlo per me e forse anche a nome dei miei compagni ma per noi non importa mai con quanti lividi torni a casa perché in quell’istante abbiamo saputo fronteggiare il nostro avversario, abbiamo spinto al limite la nostra forza interiore e reagito allo stress psicofisico del momento senza demordere.

Sicuramente chi predilige l’arte del combattere non ama la staticità e ama confrontarsi ogni giorno con le proprie paure e forze e d’altronde scorrerà nelle vene quel senso di estremismo e di adrenalinico che è contenuto in una disciplina ed è verosimilmente accettato dalla società.

Valentina Cantavenera (III kyu)

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Il Mantra secondo Daniele

Daniele è un allievo di 16 anni che pratica nella Hiden Ryu da 3 anni a questa parte ed è passato dal corso bambini al corso adulti l’anno scorso.

Il Mantra è una delle attività spirituali che svolgiamo più spesso nella Hiden Ryu. Si tratta di raggiungere uno stato di “pensiero- non pensiero” è di cantare o pronunciare ad alta voce, in coro, una sillaba più volte. Le sillabe pronunciate durante un Mantra non sono casuali ed ognuna rappresenta qualcosa di diverso. Anche se potrebbe sembrare semplice eseguire un mantra, personalmente credo che non sia affatto così, infatti le prime volte che lo si esegue non è facile raggiungere lo stato di “pensiero-non pensiero” che, se non raggiunto, spesso complica, e di molto, il raggiungimento di una piena concentrazione per  un’esecuzione completa e corretta. Un mantra può essere ripetuto anche per diverse ore…quindi, un altro elemento fondamentale è la pazienza ma considerato che in palestra il mantra viene eseguito per circa mezz’ora, questo problema non si presenta.

Daniele Sorrentino (IV kyu)

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Il Taj jutsu secondo Giorgia

Giorgia è un’allieva iscritta al corso bambini della Hiden Ryu da 3 anni a questa parte, ha 11 anni ed ha avuto il piacere di scrivere un articolo per il nostro blog.

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Il Taj jutsu è un’arte di origine giapponese, di difesa personale, insegna come ci si può difendere usando tante cose:

  • le Cadute: servono se un aggressore ci viene in contro e noi possiamo difenderci facendo anche le cadute;
  • il Tai-sabaki: serve per schivare i colpi dell’avversario;
  • le Armi: servono anche esse per difenderci, possiamo parare un colpo ad esempio con un bastone;
  • le Tecniche: servono moltissimo perché sono proprio queste che ci aiutano a difenderci. Ce ne sono tantissime, alcune di queste sono le proiezioni vita, ascella, collo, braccio e su spinta con una mano.

 

Giorgia Allera, V kyu (gialla-arancione)

di hidenryuhombudojo

La Fisica nelle Arti Marziali: il Tomoe-Nage

In questo articolo, si cercherà di applicare, nel modo più semplice possibile, uno dei principi fondamentali della “fisica elementare”, quello della Conservazione dell’Energia Meccanica, ad una tecnica presente nel programma di studio della Hiden Ryu, il Tomoe-nage.

In questa tecnica viene  sfruttata la spinta dell’avversario per proiettarlo con il minimo sforzo. Questa tecnica si può definire “circolare”, infatti il significato della parola “tomoe-nage” è vortice.

Prima di iniziare l’esposizione dei concetti di fisica occorre fare due assunzioni:

  • per semplicità occorre considerare il moto bidimensionale, ovvero come se ci si sposti solamente lungo gli assi x e y (un po’ come Super-Mario per intendersi);
  • occorre tenere conto del solo campo gravitazionale (in quanto è un campo di forze conservativo) soltanto l’istante iniziale e quello finale, tralasciando tutto quello che avviene “durante” e soprattutto non ci si deve preoccupare della traiettoria che la persona proiettata seguirà.

Ora si cercherà di dare una breve definizione di ciò che compone l’energia meccanica. Essa è la somma due particolari energie:

  • l’Energia Potenziale: l’energia che ha un oggetto durante la fase di caduta. Essa dipende dalla massa, dall’altezza e dall’accelerazione (che in questo caso è solo quella gravitazionale) del corpo considerato;
  • l’Energia Cinetica: dipendente dalla massa del corpo e dal quadrato della velocità con cui esso si muove.

Infine non resta che analizzare meglio cosa vuol dire la parola “conservazione”.  Semplicemente può essere associata a un uguale, infatti non vuol dire altro che l’energia meccanica nell’istante iniziale e uguale all’energia meccanica calcolata nell’istante finale.

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Adesso non resta che cercare di applicare questo concetto alla tecnica presa in esame. Prendendo in esame Tori (colui che subisce la tecnica) come rappresentato in fig. 1, si può osservare come il suo corpo è sospeso in aria (questo vuol dire che possiede energia potenziale). Inoltre si sta muovendo ad una certa velocità, quindi possiede anche  energia cinetica.

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Se lo si confronta con la situazione rappresentata in  fig. 2, si può notare che l’energia potenziale diminuisce, mentre l’energia cinetica  aumenta; in questo modo le due energie si compensano conservando l’energia meccanica. Considerando l’uguaglianza suddetta si può calcolare la velocità con la quale Tori  tocca il terreno e, trascurando l’energia potenziale (in quanto egli è ad una distanza che si può ritenere trascurabile), si ottiene un valore di circa 18 km/h.

Ovviamente questo articolo si rifà ad un comportamento ideale e distante dalla realtà; l’energia meccanica non si conserva, infatti molte forze non conservative convertono l’energia “assorbita” in un altro tipo di energia (ad esempio l’attrito viene convertito in energia di tipo termodinamico).

Alberto Lacanna, II kyu

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Un’arma semplice ma letale: il Bō

In questo breve testo vedremo in che cosa consiste il bōjutsu.

La parola è formata dai caratteri “ Bō ”, che significa semplicemente bastone e “Jutsu”, ovvero “arte”; la parola bōjutsu può quindi essere tradotta come “l’arte del bastone”.

Non vi è nulla di più semplice di un bastone, l’arma più antica del mondo, eppure vi sono poche armi letali come esso, portandolo ad essere spesso sottovalutato.

Il bastone viene usato da millenni in diverse culture e paesi, essendo probabilmente anche l’arma più usata; si trova, infatti, in moltissimi stili di arti marziali.

Il bō classico, detto anche rokushaku-bō, ha una lunghezza di 1,80m, sei shaku appunto (roku = sei, shaku = unità di misura simile al piede, circa 30cm), anche se in molte culture si possono trovare bastoni di lunghezze differenti (alcuni lunghi fino a nove shaku, 2,70m).

Il materiale del bō doveva essere un legno duro come la quercia, ad esempio, anche se veniva usato spesso anche il bambù, il rattan o il legno di pino all’occasione.

Come tutte le armi del kobudo, anche il bō, nel Giappone feudale, non nacque come arma vera e propria, ma ben presto i contadini e la gente comune, dopo il bando della katana trovarono nel bastone lungo un valido sostituto, modificandolo e adattandolo poi a diverse forme (bokken) e altezze (jō, hanbō).

Il bō viene usato sia per attaccare che per difendersi, vi sono quindi diverse posizioni di bloccaggio ma anche svariati attacchi possibili che vanno dal semplice affondo al colpo laterale, dal basso e dall’alto, fino ad arrivare alle più complicate rotazioni che imprimono molta più energia al colpo sferrato.

Sull’utilizzo di quest’arma ci sarebbe da dilungarsi molto poi, ma il concetto fondamentale da acquisire è che, forse più di ogni arma, il bastone deve diventare un prolungamento del braccio del combattente, che deve “farlo suo” e sfruttarne la lunghezza, da una parte per tenere lontano i nemici, dall’altra per sferrare attacchi dalla distanza senza quindi rischiare eccessivamente il coinvolgimento diretto che si avrebbe con altre armi più corte in combattimento.

Nella Hiden Ryu, per ciò che riguarda la lunghezza del bō, si usa come riferimento la spalla del praticante, pertanto non si utilizza un bō con misure standard.

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